La mia ultima cena

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Ho sempre amato la musica dei Beatles fin da quando ero bambino. Li ascoltava mia madre e ricordo una musicassetta blu che suonavo  all’infinito canticchiando Michelle storpiando inglese, francese, nomi di persone, cose, animali, città, fiori, governi e  marche di automobili. Per questo ogni volta che sento parlare di ultima cena non penso  al celebre dipinto di Leonardo oppure a  Gesù a tavola  mentre spezza  il pane per i suoi discepoli ma associo il concetto ad un avvenimento  accaduto il 12 novembre 2001. In un Hotel di New York  George Harrison, malato di cancro, si stava sottoponendo ad una cura sperimentale presso la Staten Island University e  venne raggiunto da Paul McCarney e  Ringo Starr nella stanza dove alloggiava. Erano presenti anche le rispettive famiglie ma George per pranzo chiese a tutti  di lasciare la suite perché voleva rimanere da solo con Paul e Ringo. Non si sa molto di cosa veramente si siano detti in quel lasso di tempo  se non la consapevolezza che quelli sarebbero stati gli ultimi momenti passati insieme. A parte la commozione, non credo abbiano parlato di musica. Me li vedo seduti a scherzare ricordando :

quando alla Parlophone per il primo disco, in risposta a  George Martin che in regia invitava i ragazzi ad ascoltare quanto inciso e “se c’è qualcosa che non vi piace ditecelo”  George Harrison disse “Tanto per cominciare non mi piace la tua cravatta!”;

quando al matrimonio di uno dei fratelli Harrison, John Lennon  versò una pinta di birra in testa alla signora che suonava il piano per gli sposi dicendole “Io ti ungo Davide”;

quando all’aereoporto di Memphis nell’agosto del 1966, i Beatles vennero accolti da una folla infuriata per la famosa frase di John Lennon “More popular than Jesus” e George mentre erano ancora sull’aereo tranqulizzò tutti con un ironico “fate scendere prima John, tanto è lui che vogliono”;

quando  George, ancora minorenne, perse la verginità ad Amburgo  con Pete Best e John Lennon nella stessa camerata che assistevano alla scena ed alla fine applaudirono e brindarono;

quando John voleva inserire la foto di Hitler sulla copertina di Sgt. Pepper e dopo che fu ovviamente censurato  mise  Albert Stubbins,  calciatore del Liverpool , solo perché gli piaceva il nome;

quando Paul,Ringo e George  suonarono di nuovo insieme dal vivo nel 1979 al matrimonio tra Eric Clapton e Patti Boyd (ex moglie di George);

quando nel 1969 Ringo, di ritorno dalla Sardegna dove era fuggito stanco di sentire gli altri litigare, trovò la sua batteria coperta di fiori  (un’idea di Harrison).

Mi piace immaginare, prima degli abbracci e dei saluti, che l’incontro si sia chiuso con George (sarebbe morto solo 17 giorni dopo)  a raccontare una storiella in voga ai tempi della beatlemania:

 

“Quanti Beatles servono per cambiare una lampadina? Quattro.”

 

Archibald

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Il pranzo è servito

 

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Trattoria Piangonoccioline

Recensioni della community

Elefante 85 – Contributore livello 5

Abbiamo visitato questo posto su consiglio di un’amica. Anzi a questo punto ex amica. Lo pseudo-ristorante si trova  in prossimità di un  fiume ed  è raggiungibile tramite una viuzza stretta nel centro praticamente introvabile. Chiediamo indicazioni ad un passante che ci risponde risoluto “lasciatevi guidare dall’olezzo”.   Aperta la porta ci si trova in una stanza con un bancone da bar, qualche tavolo e una televisione appesa alla parete, nessuna porta segreta, il locale è quella stanza. Lo sguardo dei presenti sembra urlare “andatevene finché siete in tempo”. Il menù è un foglio protocollo a quadretti con le pietanze scritte in stampatello maiuscolo, carattere gotico ci precisa poi la cameriera.  Partiamo con un tagliere di salumi affettati così sottili da essere quasi impercettibili al tatto figuriamoci al palato, accompagnato da un cesto di pane risalente alla prima guerra mondiale, sia il cesto che il pane ovviamente. Optiamo poi per l’unico piatto nostrano ovvero i casoncelli anche se l’unica cosa tipica di quel luogo che possiamo riscontrare nell’impasto sono gli effetti personali della cuoca: un unghia ed un brillantino di bigiotteria che fra l’altro ci viene chiesto di restituirle. Di secondo scegliamo la tagliata. Tagliata nel vero senso della parola perché con l’affettatrice da un misero pezzo di carne ne ricavano una dozzina di fette ad un solo velo. Terminato il banchetto chiedo il conto: 75 euro. Sembrandomi eccessivo rivolgo alla cameriera un’altra richiesta: la ricevuta. La parola destabilizza l’intero ambiente e sembra di stare all’improvviso in un saloon del vecchio west.  Rimane vivo solo il titolare che tra calcolatrici, telefonate a casa, aiuto del pubblico scrive sullo stesso foglio protocollo a quadretti in stampatello “RICEVUTA= 75 EURO”. Ribatto: Ma non è un po’ eccessivo. Lui: No. E’ Gotico. Forse non ritorneremo.

 

Johnno – Contributore livello 4

Il locale merita un’ottima valutazione su location, menù, servizio e conto.  Se considerato come campo di concentramento.

Butterflai – Contributore livello 3

Avevo aspettative molto alte vista l’insegna… ma non sono stata molto soddisfatta. La location non è molto curata ed  il menu è piuttosto limitato. È chiaramente una scelta, ma quando ho chiesto se potevo ordinare come antipasto un cinghiale ripieno di un piccione farcito di riso basmati su una purea di melograno con un contorno di finferli saltati in padella e delle scagliette di mortadella tartufata (non presente nella carta) e mi sono sentita rispondere un secco no, mi è parso un po’ eccessivo. Insomma non esiste il detto “Il Cliente ha sempre ragione”? Dicono di puntare sulla semplicità, ma a me non è parso che fosse così. In generale nulla di che e i prezzi sono piuttosto alti. Non ci tornerei.

 

Puffomangione – Contributore livello 2

Avrei dovuto intendere che il pasto sarebbe stato pesante quando mi hanno servito il purè con il badile.

 

Pescespadino – Contributore livello  1

Siamo stati a mangiare in questo locale dove di positivo c’è solo una cosa: un’ampia uscita  come via di fuga. La  cena era composta da due primi: mare e monti, un modo carino per dire che ci avrebbero messo dentro un po’ di tutto.  Il sugo rosso aveva una consistenza ed un colore rosso così innaturale che avrebbe  schifato persino gli stuntman del cinema splatter.  Aglio,prezzemolo, litro di pomodoro,4 cozze e due calamarini stracotti e un piatto di tortelli al branzino più che congelati  sembravano tumulati. Premetto che parliamo di primi piatti che costano circa €14 l’uno e abbiamo dovuto aspettare anche più di mezz’ora mentre il cuoco leggeva le istruzioni del forno a microonde. I contorni di cui una patata arrosto (mai vista una patata  servita intera se non in Toy Story) e un insalata mista sono costate rispettivamente 6€ e 5,50€,tutto senza condimenti. L’unica cosa passabile è stata la maionese che abbiamo mangiato direttamente dalla bustina come fosse una dose di epinefrina.  Alcuni  camerieri dormivano in piedi mentre altri dormivano direttamente sui restanti  tavoli liberi. Una cena  di 75,50€ per due persone completamente sprecati.Per me è da evitare. Ed evirare.

 

 

 

Archibald

 

 

Prima cena “Piango Noccioline”

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Questa storia  è scritta nello stile del racconto orale, forma per la quale occorre intervistare un gran numero di testimoni e successivamente assemblare le loro testimonianze.

Quagmire, la  barista del baretto: Lavoro qui da quasi un anno, conosco bene  i ragazzi delle Noccioline, vengono ogni martedì. Buoni clienti, educati, non sporcano e quando vanno in bagno alzano sempre la tavoletta del water.  Archibald è carino ed elegante con quell’ aria da bravo ragazzo che in casa sa aggiustare tutto, dal tostapane agli zoccolini della cucina. Con Marvin invece intrattengo più una comunicazione visiva che verbale. Non per attrazione, è che non si capisce quello che dice. Crea neologismi senza senso, inventa parole, i tempi dei verbi sembrano usciti dal medioevo. Per  pagare il conto devo fargli un disegnino e farlo contare con le dita.

Ragazza del Ginseng, avventrice del bar: Frequento spesso il baretto per un caffè con un’amica. Il tavolo dei ragazzi delle Noccioline possiede quell’alone di fascino e mistero. Forse è proprio per questo che non ci siamo mai approcciate a loro: timore reverenziale.  Non ho di queste velleità ma se dovessi ambire ad una relazione stabile penserei di certo ad Archibald. E’ spiritoso, discretamente sexy e nonostante lo scorrere copioso degli aperitivi è sempre molto posato. C’è chi dice sia single, chi impegnato con una bartender australiana, chi dice addirittura ci sia lui sotto la maschera del Cavaliere Oscuro. Comunque non mi faccio illusioni, mi limito a godermi lo spettacolo. Che altro dire. Una volta ero in coda alla cassa dietro  Marvin: è stata una delle esperienze più atroci della mia vita. Da allora ordino tutto on line per evitare che un episodio del genere si ripeta.

Commesso della Macelleria dall’altro lato della strada: Ho visto i ragazzi delle Noccioline nel parcheggio. Credo stessero partendo per andare a cena, l’ho dedotto dal contesto. Randajoe si è defilato, forse per un impegno successivo o forse per un giro di scommesse clandestine su Atalanta-Empoli che si giocava proprio in contemporanea. Archibald solito signore ha incassato il rifiuto, ma non Marvin. Ha cominciato ad insultarlo con parole che mai credevo potessero uscire dalla bocca di un uomo, alcune me le sono segnate da usare nella prossima riunione condominiale.

Vittorio, maitre della pizzeria: Verso le nove sono arrivati qui. Hanno chiesto un tavolo e li ho fatti accomodare nel salone più grande. Erano solo in due.  Ho preso subito le ordinazioni. Quello più affascinante, mi pare lo chiamassero Archibald, è stato pratico e risoluto ed ha letto il menù come fosse un maestro di cerimonia. Ha ordinato una birra chiara a bassa fermentazione con un basso grado saccarometrico ed una pizza con mozzarella di bufala campana dop e del basilico coltivato biologico. L’altro invece, Marvin, si è limitato a farfugliare qualcosa ed indicarmi la sua scelta direttamente dalla lista.

Ragazza bionda, seduta al tavolo di fianco in pizzeria: Ero fuori a cena con le mie colleghe ieri e la fortuna ha voluto che loro si sedessero proprio di fronte a noi. Mi ha colpito subito Archibald con quei suoi capelli arruffati da pulcino bagnato.  Indossava una camicia di jeans denim scura abbinata ad un cardigan grigio e blu in stile college, pantaloni beige scuro slim con vestibilità classica ed un paio di scarpe marroni a nido di rondine. L’altro non ho nemmeno notato come fosse vestito, ci siamo però accorte tutte che mentre masticava la sua pizza, dei pezzetti di formaggio volavano un po’ dovunque come fosse una mietitrebbiatrice durante la raccolta del grano. Disgustoso.

 

Gestore della birreria Mulino Rosso: Quando Archibald ha chiamato per disdire il tavolo ci sono restato molto male. So quanto ci tenesse a questa serata che aveva organizzato di persona e molto meticolosamente. La prima cena del blog Piango Noccioline rappresentava qualcosa di epico, una specie di genesi. Ho capito dal tono di voce che non dipendeva da lui. D’altra parte Marvin oltre a peccare di lucidità ed avere un disturbo della personalità che lo rende insopportabile non regge più certi ritmi e prima delle undici deve essere a letto. O in giardino. Insomma dovunque si accasci per dormire.

 

Senza alcuna paura

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Ogni anno a Natale è sempre la stessa storia. Il primo ad arrivare, come un ninja  alle sei di mattina, è mio zio  per accendere il forno e preparare le braci. Purtroppo le operazioni che deve compiere, tagliare la legna ed avviare una stufa scoppiettante del 1913, non si conciliano molto con il “the sound of silence” tanto che oltre a svegliarci tutti, la base militare che dista pochi chilometri da casa nostra passa subito a defcon 5. Dato che siamo tutti svegli consumiamo insieme una fugace colazione. Nonna prepara il caffè della casa con il suo ingrediente segreto: il grasso di maiale. Per lei  rappresenta una sorta di pozione magica universale. Lo usa non solo in cucina ma anche come anticalcare per la lavatrice e come ammorbidente in lavanderia. Per questo le federe dei suoi cuscini odorano di cotechino. La tradizione vuole che il menù del pranzo in famiglia preveda lo spiedo cucinato secondo la regola della congrega bresciana: lonza, coppa, costine, patate, burro, salvia, sale fine ed un tocco conclusivo di cognac con fiammata annessa per dare l’effetto flambè e perché il binomio carne-fuoco attrae l’uomo sin dal paleolitico. Alla spicciolata sopraggiunge tutto il parentado tra cui si contraddistingue la cugina fashion che prima ancora di scendere ha già litigato e redarguito marito, le due figlie, il cane ed il radiatore e poi si distinguono  i parenti di Viterbo che solitamente durante il tragitto fanno più tappe aperitivo di quelle previste nel Tour de France. Per la preparazione della tavola ci si dividono equamente i compiti: le donne si occupano dei piatti, delle posate,  i segnaposti, il centrotavola, le decorazioni, i potpourri. Gli uomini invece ci appoggiano sopra le bottiglie di vino rosso. Una volta accomodati e servita la pietanza cominciano le prime recensioni gastronomiche al volo, in cui non mancano le contraddizioni. C’è chi dice che è troppo salato, chi che è sciapo, chi dice che è troppo cotto e chi protesta sostenendo che la bestia sia ancora viva o chi all’opposto  si lamenta dell’insalata che sa di cartone, solitamente i parenti di Viterbo che ubriachi  hanno divorato i sottobicchieri. Una volta assicurati che non sia avanzato nulla, più che altro per non litigare sulla spartizione dei resti da portar via, scatta la consueta tombolata che si gioca lasciando due posti vuoti tra un concorrente e  l’altro perché per una cinquina di traverso è successo anche di puntarsi il coltello alla gola. Ci rimane giusto il tempo per una girandola di amari, rimedio naturale ed ultima chance per digerire prima di ricorrere alla lavanda gastrica. Poi ci abbracciamo, ci salutiamo, consapevoli che l’anno venturo ricominceremo  tutto esattamente da capo.

Archibald

Richard Benson vs Noi

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L’apoteosi del trash, quello vero, quello cazzuto, quello vissuto in campo di battaglia tra lanci di pomodori e bestemmie infernali. Lui, il re di tutto questo, è malato e in tivù da Barbara D’Urso lancia un appello per raccogliere soldi al fine di curarsi. Cosa c’è di vero in tutto questo? di sicuro la malattia, lampante nel suo deperimento fisico. Cosa c’è di falso? tutto, tutto il resto, praticamente noi. Sempre al limite del personaggio, il buon Richard Benson non manca infatti di trashizzare persino la sua malattia, evitando qualsiasi retorica, rendendo un momento potenzialmente deamicisiano in una farsa tragicomica. Ed è questo che mette sotto scacco noi e la nostra fottuta ricerca di normalità: che si fa ora? ci si commuove? ci si indigna? Aldilà dunque del giusto ribrezzo nei confronti della D’Urso, che schifosamente spara sulla croce rossa,  la vera questione è se dobbiamo o meno qualcosa a quest’uomo malato.

Perché Richard Benson, nella sua lunga discesa nel trash televisivo, ha sempre avuto una marcia in più rispetto a tante mezzeseghe della tv nostrana. E non solo per la sua cultura musicale, immensa, che mette d’accordo praticamente tutti, ma soprattutto per la sua capacità goliardica di delimitare il proprio inferno e di conseguenza quello degli altri. Se ai nostri occhi lui appare infatti come un goffo ex chitarrista megalomane e contaballe, noi a suoi occhi non siamo altro che “ultimi”, “squallidi” e “schifosi”.  Ed è in questa battaglia giocosa e volgare, sopra e sotto il palco, che l’inferno diventa reale, così reale e ridicolo da essere quasi esorcizzato.

Ecco perché gli si vuole bene, a Benson. Perché ci ha spinti a calci in culo in un mondo parallelo, dove essere grotteschi è un modo per essere più liberi, forse anormali, di certo non allineati. Dove di fatto è lecito superare il limite del buon gusto, perché l’inferno non fa sconti a nessuno e le bestemmie non sono altro che preghiere. Un mondo di musica rock, si certo, ma anche un mondo al limite dell’assurdo, dove un Cristo Pinocchio può condurci su strade inferiori o dove si può succhiare olio di croce, qualunque cosa significhi. Insomma: un miscuglio di passione e stronzate, di sangue e merda, che lo ha reso un gigante del trash italiano, per quanto forse non l’abbia del tutto voluto.

Che gli si renda onore, dunque, almeno per il coraggio e l’incoscenza.

Marvin

Tam tam

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L’orario di pranzo è sempre stato il mio preferito alla Centrale di Polizia: poche anime e la possibilità di mangiare e bersi un tè seduti alla scrivania. Ricordo invece che quel giorno i telefoni squillavano in continuazione ma visto che si trattava solo di schiamazzi e la richiesta proveniva da Savile Row,  praticamente a due passi da noi, mi ero offerto volontario ed ero uscito in strada con ancora un sandwich tra le mani. Quando sono arrivato di fronte agli uffici della Apple ho trovato un po’ di scompiglio: c’erano  gli impiegati ed ai negozianti che lavoravano nei dintorni assiepati sui marciapiedi che guardavano  all’insù. In effetti dal tetto proveniva della musica.  Una volta entrato nel palazzo non ho dovuto nemmeno aprire bocca, sono stati loro a mostrarmi le scale per  salire in cima alla terrazza. Ho aperto una porta arancione ed in mezzo a cavi, amplificatori, autoparlanti e microfoni coperti da calze di nylon c’erano  i Beatles.

C’era John, occhialini d’ordinanza  con indosso una buffa pelliccia da donna ed inginocchiato davanti a lui un assistente con il testo di una canzone applicato su una cartelletta.  C’era Paul che sembrava parecchio divertito. Aveva un completo nero, una camicia bianca, barba lunga e quel movimento con la testa che ha fatto impazzire le ragazzine di tutto il mondo provocando scosse di magnitudo dieci. Defilato c’era George, pantaloni verdi ed un giubbotto di pelo nero piuttosto vistoso. Alle loro spalle Ringo, aria scanzonata ed un impermeabile  rosso lucente.  I ragazzi eseguivano pezzi a rotazione,  alcuni più volte: Get back, Don’t let me down,  I’ve got a feeling,  Dig a Pony. Era gennaio, faceva freddo ed era parecchio umido ma nessuno sembrava avere la minima intenzione di schiodarsi da lì, forse per la sensazione diffusa e quasi telepatica  di star assistendo all’ultima esibizione  della band.

Mentre li ascoltavo rapito ho iniziato a perdermi nei miei pensieri in una specie di monologo interiore.” Io appena torno a casa, ogni giorno metto su i Beatles. I Beatles sono le  fotografie, i poster  ed i testi imparati a memoria.  Sono la mia poltrona ed il vinile che danza sul gira dischi. Sono il pianoforte di Yesterday  e Yellow Submarine cantata sul bus durante le gite scolastiche.  Sono l’adrelnalina di Help e di Twist and Shout.  Sono la pinta con gli amici al pub, sono i tuoi occhi che sorridono, la cintura allentata, la spiaggia deserta su cui ti sdrai a dormire. Sono l’accordo misterioso di Hard day’s night, sono Paul is dead, sono Lucy nel cielo coi diamanti, i trichechi, il giardino dei polipi e i  porcellini in camicia bianca. I Beatles sono solo miei e anche se mi daranno delle emozioni non saranno mai brutte emozioni”.

Nel frattempo,  durante una versione di Get Back erano arrivati i miei colleghi  poliziotti ed hanno cercato subito di interrompere lo spettacolo. Mi guardavano  stupiti interrogandomi e rimproverandomi  con lo sguardo. Ed è a quel punto che ho candidamente ammesso:  “Non voglio fermarli. E non voglio nemmeno che smettano. Mai.”

Archibald

 

Vivere

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Michael seduto ad uno dei tavolini sgombri del locale deserto aveva lo sguardo perso nel vuoto. Nulla di quello che accadeva all’esterno sembrava poter scalfire l’oblio di pensieri in cui la sua mente si era rifugiata. Era l’ultimo giorno di apertura della sua piccola pasticceria e le chiavi, algide, aspettavano di sancire per un’ultima volta la cerimonia della chiusura serale. Era già passato un anno da quanto Michael, industriale di successo nel settore barre di metallo,  aveva regalato alla sua Sophie questo piccolo confetto di bar, ma con la fine della loro relazione tutto si era sbriciolato nelle sue mani come un bignè stantio di tre giorni. Aveva conosciuto Sophie in una sala Bingo:  capelli ramati, occhi verdi accesi come l’insegna di una farmacia ed un seno prominente da mastra birraia. Erano entrati subito in simpatia e Michael era diventato il suo Cliente preferito, appena dopo gli zingari perché ordinavano due consumazioni alla volta e davano sempre grandi mance.  Al loro primo appuntamento in una pizzeria col forno a legna avevano giocato una partita con i sentimenti scoperti ed il jackpot era stato convertito in una convivenza nell’appartamento di Michael.  Regalare a Sophie la pasticceria ed intestarle un’attività era parso a Micheal un’azione  più che scontata per realizzare i sogni di entrambi: quelli di lei che non desiderava altro sin da piccina e quelli di lui di renderla spudoratamente  felice. L’attività commerciale viaggiava a gonfie vele: l’entusiasmo di Sophie era coinvolgente e si rifletteva direttamente sul sorriso dei clienti che riempivano i tavoli. Ogni giorno c’era spazio per una nuova iniziativa: dal nuovo taglio biondo e corto di Sophie alla Gwen Stefani  passando per  la disposizione delle vetrinette, le  tortine sempre più raffinate, i  cocktail esotici e le piccole iniziative sperimentali con cene a numero limitato nella saletta più grande.  Le cose andavano talmente bene ed erano talmente floride che a Michael sembrava di essere montato su una giostra, anche se di lì a poco avrebbe scoperto che forse aveva posato le chiappe su di un calcinculo. Si era infatti scoperto  che nonostante il registratore di cassa della pasticceria girasse come una slot machine truccata il loro conto in banca e soprattutto i partitari dei loro fornitori erano in rosso. Rosso come il colore dei capelli di Sophie quando si erano conosciuti.  Mentre  l’unico fondo monetario ad accrescere si trovava su un conto criptato di una qualche isoletta del pacifico ed aveva talmente tanti zeri da avere un aspetto di un biondo dorato, lo stesso che avevano ora i capelli di Sophie.  Michael aveva accettato la debacle con fierezza, come un cavaliere a cui Re Artù ha chiesto di abbandonare la tavola rotonda per sedersi a cena al tavolo dei bambini. Ed ora se ne stava  lì, al buio, con la testa fra le mani.

– Andiamocene da qui Michael- la voce dell’amico Tony aveva interrotto la sacralità della     contemplazione.

– Sono distrutto. Lo sai che in questo momento sarebbe più facile  per me finire sotto un treno. O spararmi. Soffrirei  meno.

–  Non pensarci. Usciamo. Ti offro da bere.

– Lo sai che sono astemio.

– E’ vero cazzo. Ma come si fa a non bere alcol. Hai ragione, sparati!

 

Archibald

Le religioni

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Le religioni sono favolette con lieto fine a cui le persone credono per sentirsi immortali.
La maggior di parte di esse sono nate un fottio di anni fa quando gli uomini erano così fulminati da scambiare i rombi dei tuoni per le scoregge di Dio.
Lo scopo principale delle religioni è rimpinguare le casse delle chiese.
Le chiese sono degli edifici grandi grandi dove le persone si riuniscono per fissare un altare vuoto.
L’altare serve ai preti per aver qualcosa sui cui poggiare il loro ego.
I preti sono degli uomini piccoli piccoli che prediligono, appunto, i più piccoli.
I piccoli sono i bambini indottrinati dai catechisti.
I catechisti sono coloro che hanno il compito di convincere i bambini della realtà di quelle favole… e i bambini ci credono.
Esistono un sacco di religioni.
Quella che va per la maggiore racconta di un dio che si incarna in suo figlio e si sacrifica a se stesso. Un’altra, quella più figa, dice che quando un uomo muore si rincarna…così, a random.
Ogni religione ha le sue usanze. Ad esempio i cristiani mangiano e bevono il loro dio, i mussulmani si umiliano a terra, gli ebrei piangono su un muro e i buddisti che ne so. Tutti i potenti della terra si inginocchiano di fronte ai capi religiosi. I capi religiosi sono delle scimmie poco evolute che credono di sapere com’è l’aldilà.
L’aldilà è un posto che esiste solo nella mente dei fedeli.
I fedeli sono le pecorelle smarrite che riempiono d’oro i capi religiosi.
Ogni religione ha il suo libro sacro. Il più famoso di tutti è il Mein Kampf…poi viene la Bibbia.
I fedeli ritengono che questi libri siano la parola di Dio. La parola di Dio è quello che i capi religiosi vorrebbero che il loro Dio dicesse se esistesse. Dato che non esiste gli fanno dire ciò che vogliono.
Tutte le religioni hanno bisogno di soldi. Non importa se umiliano donne e omosessuali…chiedono soldi!
E allora giù con esenzioni fiscali e incentivi dello stato.
Le religioni fanno un sacco di cose: guerre, persecuzioni, inquisizioni, cospirazioni, insabbiamenti e cosi via. A volte fanno anche beneficenza. Alcuni dicono che le religioni siano dannose. Altri che sono necessarie.
Io credo che siano la più grande stronzata che l’uomo abbia mai concepito.

Marvin

Chimera

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Decisi di prendere qualcosa in un baretto a due passi dalla Basilica di San Andrea  in Piazza San Marco.  Mi sedetti, ordinai e cominciai quasi svogliato a guardarmi in giro. Il golfo era il solito acquerello uscito da un film di Wes Anderson mentre intorno era tutto un brulicare di giovani turiste dall’aria svagata ma tremendamente seducenti. Lasciai incolume la Gazzetta  e cominciai a sfogliare una rivista di design, ma solo per darmi un tono ed attirare l’attenzione della ragazza che mi stava seduta di fianco, una spagnola, con indosso una t-shirt bianca minimal con delle manine disegnate all’altezza del seno.

Ho una tecnica classica che uso in questi casi: la fisso fino a farla sentire a disagio. Lei in genere declina ma se abbozza un sorriso, io riesco a fare lo spiritoso e così mi concede la conversazione.

Mi sorrise in effetti. Si chiamava Julia, era di Valencia, studiava lingue a Trento e si era concessa una vacanza per frequentare i piccoli borghi medievali e soprattutto bere del buon vino.

La feci ridere con un paio di aneddoti spiritosi e spostai la conversazione sui latticini visto che l’unica parola spagnola che ricordavo con precisione era queso.  Quando invece mi chiese di cosa mi occupavo nella vita non feci altro che impossessarmi della trama del Ciclone sostituendomi al protagonista e romanzandola un po’: alla fine  Pieraccioni la Forteza se la bomba.

La invitai a fare una passeggiata giusto per vedere se il trend positivo era destinato a proseguire.  Mentre camminava era davvero sexy. Aveva dei lunghi capelli neri ad incorniciare i movimenti ed indossava un paio di occhiali da vista con lenti grandi da maestrina che mi facevano impazzire.

Parlammo del suo viaggio, dei suoi studi e delle stranezze che aveva riscontrato  qui da noi come la fissazione per il caffè ad ogni ora del giorno, il salutarsi senza sorridere e lo strano cibo che ti rifilano durante l’happy hour.  Visto l’argomento  colsi la palla al balzo e le proposi di venire a cena con me.

Le feci posto in macchina. Sembrava piuttosto divertita e nonostante ci fossimo appena conosciuti aveva un’aria scanzonata da gita fuoriporta. Al primo sguardo che mi lanciò alzai Drive my car dei Beatles per la mia maniacale cura dei particolari, colonna sonora inclusa.

La tappa della cena fu solo il preludio verso il vero obbiettivo di portarla da me, ma lei si divertì molto quando nel mio ristorante preferito  chiedendo  la carta dei  vini  si rese conto che la scelta si limitava al bianco o rosso della casa.

In effetti nel mio appartamento  si creò un po’  di imbarazzo che cercai di stemperare facendola accomodare sul terrazzo, ma era solo un’altra mossa sulla scacchiera. Le misi una mano sulla schiena e comincia a baciarla approcciandomi da sinistra come le serie Tv e Discovery Channel insegnano. La sua risposta aggressiva mi sorprese come sorprendente fu il sapore di costolette di agnello che mi ritrovai sulle labbra dato che l’iberica a cena aveva spolpato un intero gregge.

La portai dritta in camera da letto e la spogliai lanciando i vestiti per la stanza ma senza sgualcirli troppo per sembrare sì un amante focoso ma che tiene alla cura dell’immagine.  La toccavo con prepotenza anche se rimasi sbigottito quando prese lei il comando delle operazioni con delle richieste piuttosto bizzarre. Prima mi chiese di rasarle il pube, operazione fuori discussione perché possedevo solamente il regola barba. Poi mi implorò affinché le lasciassi introdurre le sue dita nella mia bocca, cosa che concedo, anche se malvolentieri, soltanto al mio dentista. Mi misi subito il preservativo ai frutti tropicali cercando quello blu al lampone che è sinonimo di vigoria. Per ritardare il piacere ed evitare l’ansia da prestazione usai il trucco  di ripetere mentalmente un elenco, solitamente la formazione del Brescia della promozione di Lucescu.  Cusin, Carnasciali, Rossi, De Paola, Luzardi, Ziliani, Schenardi, Domini, Saurini, Giunta, Ganz. C’era posto anche per le riserve e gli attimi di commozione quando giunsi a Bortolotti, morto suicida, ma le giustificai le lacrime come secrezione ghiandolare dovuta alla troppa eccitazione.

Quando mi svegliai al mattino non la trovai, anzi notai nella stanza i cassetti aperti e lo svuota tasche completamente depredato. Corsi subito in salotto e spalancai il mobile sotto al televisore. La mia collezione completa dei Rollinz dell’Esselunga giaceva intatta. Mi riaddormentai sereno.

Archibald

Una nuova pedagogia

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Quand’ero bambino pensavo che i grandi fossero degli idioti. Li guardavo mentre parlavano e pensavo: ma con tutte le belle cose da fare questi se ne stanno li a parlare? Ma perché non si mettano a saltare e cantare e giocare come noi giovani pargoletti coi tarzanelli nel culo?
Ricordo anche che mi promettevo di non diventare come loro: io da grande non fumerò, non berrò e non mi drogherò. Inutile dire che oggi non solo faccio tutte questo cose, ma bestemmio pure, vado a puttane e quando posso evado pure le tasse…
Sarà per questo che odio i bambini. Forse perché quando li vedo mi sembra che mi guardino dall’alto in basso. Sembra quasi che pensino: “guarda che  povero sfigato che sei: un fallito, un diseredato, un parassita della società…NOI NON SAREMO MAI COME TE!”
Eh no, piccoli miei, toglievi quel sorrisetto del cazzo perché diventerete PROPRIO COME ME!
Probabilmente vi ritroverete a fare un lavoro di merda, in un ufficio di merda, con un capo di merda e uno stipendio di merda. E allora sarà uno spasso vedervi affogare nell’alcool mentre io da vecchio decrepito spenderò la vostra pensione in cateteri e cure termali.
Bisognerebbe dirglielo, ai bambini. Che comincino sin da ora a fare i conti con la realtà.
Tanto per iniziare bisognerebbe dirgli che Babbo Natale non esiste. Poi, superato lo shock iniziale, fargli capire che il mondo fa schifo e insegnargli fin da subito ad essere disonesti. Questa è la nuova pedagogia: creare un esercito di piccoli e fottuti bastardi che possano diventare la nuova classe dirigente. Altro che coriandoli e palloncini, non vi pare?

Marvin